di Ester Campese

A suo tempo feci un’intervista allo straordinario artista Toni Santagata ed il suo incantevole racconto di vita attraverso questa lunga ed incantevole conversazione mi fa piacere ricondividerla anche qui.

Toni Santagata cantautore, indiscusso re del cabaret di cui fu il fondatore storico, re del folk, ma Toni è anche attore teatrale e cinematografico ha avuto anche una citazione per l’Oscar. E’ autore di testi radiofonici e televisivi. Toni al secolo Antonio Morese scelse il cognome Santagata, in onore del suo paese di nascita, Sant’Agata di Puglia, portando in alto il nome dell’Italia e sue tradizioni con concerti al Madison Square Garden di New York, dove riscosse ben 20 minuti di applausi e la standing ovation.

Le sue tournée sono state in tutto il mondo inclusa la Costa D’avorio. Ha recitato nei teatri più importanti d’Italia e del mondo. Tanti sono i suoi successi di canzoni in italiano da lui composte di cui ricordiamo “Vieni cara siediti vicino”, “Squadra Grande”, “Via Garibaldi” per il quale vinse il Premio Critica a San Remo, “Il Pendolare”, “Un esercito di viole”, “Austerity”, “Ti mando un fax”. E’ anche conosciuto ai più per la sua canzone “Lu Maritiello” un cult, suonata dalle più grandi orchestre del mondo, con cui vinse Canzonissima nel 75.

Questa canzone, vendette più di 12 milioni di dischi. Anche “Quant’è bello lu primm’ammore” non è da meno, presentata in TV nel ‘74, fu composta 20 anni prima, le vendite superarono, allora, i 3 milioni di dischi. E’ stato il primo cantautore e cabarettista italiano a usare il dialetto pugliese per le sue canzoni e spettacoli. Precursore dei tempi, all’avanguardia, con la genialità di imporre, garbatamente, le sue idee, con i gli spettacoli dal vivo. Inventore del blues alla pugliese, con canzoni all’inizio osteggiate, poi divenute riferimento per gli artisti di oggi.

Se oggi c’è un Festival dedicato alla musica tradizionale “Notte della Taranta”, con più di centomila spettatori, lo si deve all’antesignano Toni Santagata e la sua “La zita”, la tarantella da lui composta. Santagata è compositore di ben sei opere musicali moderne. L’opera “Padre Pio Santo della speranza”, musical con più di 300 musicisti con orchestra e coro dell’Accademia di Santa Cecilia, è stata eseguita in Vaticano in occasione della canonizzazione del Santo. Tony Santagata, artista con un carisma personalissimo, differente da ogni altro, da sempre intrattiene ed “incolla” il pubblico ai suoi spettacoli.

Toni torniamo un po’ indietro nel tempo. Come hai convinto i tuoi genitori di questa tua scelta di artista e quella di cantare in dialetto. Come andò?

Sono partito con l’italiano, accanto a queste composizioni ve ne erano altre in dialetto perché intuii che si rischiava, di perderne l’uso. Scrissi brani in pugliese per preservare le tradizioni. Ai miei tempi poi non si parlava di cose genuine, cibi tradizionali, si preferiva parlare dei grandi piatti internazionali. Composi “Li strascenete”, perché volevo valorizzare le tradizioni locali. I brani in dialetto li ho conservati come piccoli gioiellini, in uno scrigno. Pian piano, in alcune manifestazioni organizzate in circoli dell’élite napoletana, azzardai introducendo canzoni in dialetto e fu apprezzato. Compresi che quella poteva diventare la mia caratteristica, privilegiando il mio territorio e linguaggio.

Nelle mie serate i pezzi in dialetto pugliese divennero più numerosi e mi dissi: “Darò una svolta allo spettacolo italiano attraverso il dialetto pugliese!”. Questi i miei sogni sin da ragazzo, oggi divenuti i successi di Tony Santagata, ma anche pezzi che connotano l’Italia nel mondo. Ho costruito questo mio progetto, giorno per giorno, per anni, lasciando ogni hobby, studiando bene la chitarra, mia amica, quasi una parte del mio corpo, con un lavoro enorme. Ogni risorsa, non solo fisica, l’ho dedicata alla costruzione di quello che poi è diventato Tony Santagata. Convinsi i miei genitori che questa era la mia strada e mi trasferii a Roma.

La tua prima scrittura “importante” a Roma, fu all’ “Embassy”. Cosa rammenti con più piacere di quei tempi?

Frequentavo già Roma nel ’57, poi mio papà comprò una casa con enormi sacrifici e mi trasferii a Roma. Mi rammento che molte sere tornavo a casa solo con una bottiglia di latte e un pezzo di pane e mi cibavo così. Frequentavo, a quei tempi, un amico chitarrista che una sera mi invitò nel locale in cui si esibiva, in via Bissolati, in centro. Ci andai e alle due di notte mi chiese di poter fumare una sigaretta, e di suonare io qualcosa per i clienti. Così feci e quando rientrò, i clienti, che erano mezzi addormentati per l’ora, si erano invece svegliati. Fu così che mi invitarono la sera successiva e l’altra ancora. Una di queste, si avvicinò un signore chiedendomi: “Quando prendi a sera?”; sparai una cifra che mi accordò, dicendomi che stava  inaugurare un locale: era l’Embassy, che si aprì con Tony Santagata. Fui da subito protagonista con il mio gruppo ed ebbi un “mio mondo” con un pubblico che si sedeva anche a terra per ascoltare ciò che raccontavo e suonavo. Fu l’inizio di tutto, c’erano sia le canzoni che il cabaret. Da quel momento i locali più esclusivi fecero a gara ad avere Tony Santagata che li riempiva, ed i proprietari, sensibili a questo, sapevano che facevo da richiamo, portando una clientela importante e scelta. Ho fatto anche più di 200 serate all’anno, nei locali più importanti della Roma di quel periodo. Molti li ho inaugurati come il Gattopardo, poi divenuto il Gilda. Poi mi chiamarono anche a Milano, Venezia Torino e d’estate a Portofino dove ero il centro dell’attenzione dei locali sia nella Versilia che a Rimini. e nelle isole, Capri Ischia e Procida.

Come cabarettista narravi, nelle tue serate, aneddoti di vita vera e piena di tradizioni, del quotidiano in cui le persone si riconoscevano. E’ stata questa una chiave del tuo successo, l’autenticità?

Ho descritto la vita quotidiana, mai raccontando barzellette, ma aneddoti che avevo vissuto o che mi raccontavano altri, traducendoli in una chiave divertente, con una comicità senza tabù. Aggiungevo le mie considerazioni e trovavo il modo per cantare una paio di canzoni attinenti all’aneddoto raccontato. Funzionava, il pubblico rideva all’ironia e alla satira, garbata, ma insidiosa. Dicevano i latini “Castigat ridendo mores”, “corregge i costumi ridendo”. Una mia canzone diceva “io campo per la trippa, adoro il portafoglio rubando a destra e manca ho fatto i bigliettoni” Cantavo questi versi “forti” in pieno clima di censura. All’epoca “cuore faceva rima con amore” si cantava questo. Io invece già nei primi anni 50 tramutavo in canzoni ironiche i versi di Carducci cantandoli in dialetto pugliese. Questo lo sa chi veniva nei locali allora, anche grandi intellettuali italiani come Guttuso, Bevilacqua, Moravia, Pasolini che mi stimavano. Non ho mai fatto scelte sull’onda della moda, anzi spesso sono andato controcorrente.

All’epoca del rock and roll cantavi le tue “pizzica e taranta”. Come hai imposto il tuo genere, tu che hai messo in atto una serie di invenzioni che non si possono ridurre a un Toni Santagata solo cantautore?

Il rock viene indicato come qualcosa che ha ritmo, ma anche le mie canzoni lo hanno. Scrissi “Rocco e Rollo”, canzone molta ironica, dimostrando che potevamo essere “roccheggianti”, usando il mio linguaggio. “Rocco e Rollo” divenne la sigla per molti locali notturni che per la chiusura mettevano questo brano dal ritornello “ca nu ce n’amm ascì, ce ne dobbiamo andar”. Anche gli “stascinet” è un blues che i più grandi jazzisti italiani hanno suonato ed erano con me nelle serate. Questo a testimoniare che da sempre ho avuto coscienza e volontà di far diventare il mio progetto realtà: portare in primo piano la tradizione e il dialetto pugliese.

La tua più grande soddisfazione nel corso della tua carriera?

Sono molte. La vittoria a Canzonisima con 1.400.000 cartoline arrivate. L’ultima recente, con la standing ovation del pubblico al Teatro Savoia di Campobasso, con presenti amministratori della Regione e intellettuali. La serata al Politeama di Napoli, invitato per commemorare Totò. L’unico non napoletano ed aver ricevuto un applauso a scena aperta, già a metà canzone. Rimasi senza respiro per qualche secondo, perché ricevevo un’ovazione in un ambiente che non era il mio, quello napoletano. Non posso dimenticare nemmeno la vittoria al Derby Club di Milano.

Ci sveli un aneddoto particolare o uno che ti ha commosso?

Ci sono molti episodi accaduti nel corso della mia carriera artistica. L’immenso artista, Charles Aznavour, che mi invita ad ascoltarlo al suo concerto al King di Jesolo e mi manda un biglietto aereo già pagato Roma,Venezia andata e ritorno, ospitandomi al Danieli di Venezia. La sera dello spettacolo mi riserva la poltrona in prima fila, passa tra gli ospiti e saluta prima di tutti me, io saluto il pubblico, e dunque mi dedica la serata. Mi disse che fece questo perché mi riconosceva come il più grande artista italiano. Un omaggio grandissimo! Mi ha davvero emozionato, perché proveniente da un grandissimo artista. Un altro fu all’inaugurazione del Bagaglino prima maniera.

Tony da sempre il pubblico ti segue con affetto sia che ti esibisca in TV, radio, teatro o dal vivo e spesso nei tuoi spettacoli ti tributano la standing ovation. Per te il pubblico nel tempo è cambiato?

Spesso al termine dei miei spettacoli c’è la standing ovation per fortuna e spero continui così. Il mio è stato un lavoro di “poeta impegnato” che in questi anni mi ha consentito di distinguermi ed esser unico, cantando dal vivo e non in playback. Questo il pubblico me lo riconosce. A me basta la mia chitarra perché possa esprimermi e se poi c’è l’orchestra, sono contento. Il pubblico è cambiato, all’inizio mi ascoltavano molto attentamente e le persone quasi pretendevano il “nuovo genere” che proponevo. Devo dire che in questi ultimi tempi sta ritornando il gusto di riscoprire Tony Santagata anche da parte dei giovani. Oggi si comprende, forse con maggiore coscienza, il mio percorso artistico, ciò che ho fatto. Ed è bello sentire che, se accenno un brano in una serata, il pubblico ti accompagna cantando con te il resto della canzone.

Che rapporto hai con i social? Ti confesso che seguendoti vedo che se pubblichi un post raggiungi almeno le 3000 visualizzazioni in un attimo, non tutti gli artisti hanno questo riscontro. 

Mi piace avere da sempre un dialogo con il pubblico ed amo condividere le mie esperienze con loro anche attraverso i social. Oggi ho la fierezza che questa mia produzione è diventata stra-popolare e che altri artisti l’hanno poi anche ripresa reinterpretandola a modo loro, ma partendo da ciò che ho fatto io.

Hai avuto spesso delle belle intuizioni ce ne racconti una?

Mi sono sempre sentito un antesignano ed ho avuto la fortuna, come dici, di avere delle intuizioni. Negli anni ‘60 ho scritto “E’ furnuto e te incazzà” che è stata l’anticipazione di ciò che poi è riemerso in questi anni, del dopo regno dei Borboni ed il brigantaggio. Con l’ironia legata alla satira storica e di costume sono riuscito a far passare concetti forti già allora.

Tony un’ultima domanda, vuoi svelarci un tuo sogno nel cassetto?

Per i sogni ne ho due. Un musical sulla unificazione dell’Italia, e l’altro è riproporre l’opera “Padre Pio Santo della speranza”, in un’altra grande occasione.

 

Di VipGlam

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